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sabato 25 aprile 2015

#25APRILE

LA RESISTENZA IN ITALIA ( fonte http://www.treccani.it/enciclopedia/resistenza_res-f6256dce-e1f1-11df-9962-d5ce3506d72e/)


Inquadramento temporaleIn Italia come altrove la RESISTENZA fu anzitutto un movimento di liberazione dall’invasore nazista. Al contempo, però, essa fu lotta contro le forze interne (la Repubblica sociale italiana) che collaboravano con l’esercito occupante; in questo senso assunse anche la natura di guerra civile. Il movimento di RESISTENZA, pur diviso al suo interno da differenti opzioni politiche, costituì una cesura con il passato fascista e un fondamentale momento della costruzione della nuova Repubblica democratica, che sarebbe nata nel 1946. Ebbe inizio dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando il paese si trovò tagliato in due: a S di Salerno (e poi della linea del fronte stabilizzatasi sul Garigliano nell’inverno 1943-44) vi erano gli Anglo-Americani e il governo alleato del maresciallo P. Badoglio; a N i Tedeschi, che riportarono al potere B. Mussolini. Perciò, se si eccettuano alcuni episodi delle prime settimane, quali per es. le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943), la R. ebbe luogo principalmente nell’Italia centro-settentrionale – occupata dai Tedeschi sostenuti dai fascisti della Repubblica di Salò – sotto la direzione del Comitato di liberazione nazionale (CLN), che riuniva i risorti partiti antifascisti e le correnti monarchiche. Il maggior contributo alla R. venne dai giovani delle classi richiamate alle armi dalla Repubblica sociale italiana, che scelsero di confluire nelle brigate partigiane e nelle altre organizzazioni di lotta, nonché da militanti e dirigenti di tutti i partiti antifascisti. Momenti culminantio della RESISTENZA furono l’insurrezione e la liberazione delle grandi città del Nord nell’aprile 1945, in taluni casi prima dell’arrivo degli eserciti alleati.

Organizzazione politica e militareOrganismi di direzione politica della R. furono i CLN, composti dai partiti antifascisti: il Partito liberale, la Democrazia cristiana, il Partito d’azione, il Partito socialista italiano di unità proletaria, il Partito comunista italiano; a Roma e nel Mezzogiorno fece parte dei CLN anche la Democrazia del lavoro, piccola formazione, poi rapidamente scomparsa. A Roma risiedeva il CLN centrale, costituitosi subito dopo l’8 settembre e presieduto da I. Bonomi; a Milano il CLNAI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, presieduto da A. Pizzoni), che venne assumendo la fisionomia di governo clandestino dell’Italia occupata. CLN regionali, provinciali, comunali, di quartiere coprivano tendenzialmente l’intero territorio nazionale; comitati di fabbrica e di categoria completavano la rete. Il 7 dicembre 1944 i rappresentanti del CLNAI stipularono con il comando alleato i «protocolli di Roma», che regolavano i rapporti fra R. e Alleati, soprattutto in vista della fase di trapasso, che gli Alleati volevano si svolgesse sotto il loro diretto controllo.

In un primo momento, la R. fu formata da bande sorte spontaneamente, soprattutto fra i militari sbandati dopo la catastrofe dell’8 settembre, e/o per iniziativa del Partito comunista e del Partito d’azione. Molte di queste bande non ressero all’impatto dei primi rastrellamenti e del primo inverno. Per sopravvivere ed espandersi, le bande dovettero sottoporsi a un processo di militarizzazione e insieme di politicizzazione. Nacquero così distaccamenti, brigate, divisioni, con organici naturalmente ridotti rispetto alle formazioni di ugual nome del dissoltosi regio esercito.

Le formazioni più numerose e presenti in tutto il territorio furono le Brigate Garibaldi; seguivano le Brigate giustizia e libertà, forti soprattutto in Piemonte. Le prime avevano come referente politico il Partito comunista, le seconde il Partito d’azione; ma questo non significa che esse fossero composte integralmente, e talvolta nemmeno prevalentemente, da comunisti o da azionisti. Le Brigate Matteotti facevano riferimento, in modo analogo, al Partito socialista.

Importanti furono anche le formazioni partigiane autonome, che non si riconoscevano in nessun partito e davano alla lotta un significato soprattutto militare: le maggiori furono le divisioni alpine delle Langhe, le Fiamme verdi del Bresciano e le divisioni Osoppo del Friuli. Cattolici e liberali trovarono spesso negli autonomi la loro spalla militare. Nelle città agirono le SAP (Squadre di Azione Patriottica), che miravano ad avere un carattere di massa, e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), piccoli nuclei di audacissimi combattenti, votati alla totale clandestinità. Poco alla volta si venne costruendo un organismo unitario anche per la direzione militare della lotta: il Corpo Volontari della Libertà (CVL), con un comando generale costituito nel giugno 1944; una unificazione ufficiale di tutte le formazioni si ebbe soltanto il 29 marzo 1945, ma rimase in larga parte sulla carta. Anche l’unificazione, oltre a essere un obiettivo dettato da esigenze operative, era parte di un programma politico di controllo della R. da parte del governo di Roma e delle varie componenti del CLN fra di loro, controllo peraltro attuabile solo tenendo conto dei reali rapporti di forza. Ne fa fede la composizione, a partire dal 3 novembre 1944, del comando generale del CVL: comandante fu il generale R. Cadorna, paracadutato dal Sud fin dall’agosto nella veste di consulente militare; vicecomandanti il comandante delle Brigate Garibaldi (L. Longo, comunista) e quello delle Brigate giustizia e libertà (F. Parri, azionista, sostituito dopo il suo arresto da F. Solari). Capo e vice capi di Stato maggiore furono, con vari mutamenti di persona, un socialista, un democristiano e un liberale.


Il nostro inno

Fratelli d'Italia L'Italia s'è desta, Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: Di fonderci insieme Già l'ora suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci, l'Unione, e l'amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore; Giuriamo far libero Il suolo natìo: Uniti per Dio Chi vincer ci può? Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano, Ogn'uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, I bimbi d'Italia Si chiaman Balilla, Il suon d'ogni squilla I Vespri suonò. Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte L'Italia chiamò.


SPIEGAZIONE  ( FONTE:      http://it.m.wikipedia.org/wiki/Il_Canto_degli_Italiani)

Nel primo verso della prima strofa del Canto degli Italiani ("Fratelli d'Italia") è contenuto un richiamo al fatto che gli italiani appartengano ad un unico popolo e che siano, quindi, "fratelli".Dal primo verso originò poi uno dei nomi con cui è conosciuto il Canto degli Italiani.

L'esortazione agli italiani, intesi come "fratelli", a combattere per il proprio Paese si ritrova nel primo verso di molte poesie patriottiche risorgimentali: "Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio!" è infatti l'inizio di All'armi! all'armi! di Giovanni Berchet,mentre "Fratelli, all'armi, all'armi !" è il primo verso di All'armi! di Gabriele Rossetti."Fratelli, sorgete" è invece l'inizio dell'omonimo coro di Giuseppe Giusti.Un canto popolare toscano, attribuito a Francesco Domenico Guerrazzi e inneggiante a papa Pio IX, aveva invece come primo verso "Su, fratelli! D'un Uom la parola".

Nella prima strofa del Canto degli Italiani viene anche citato il politico e militare romano Publio Cornelio Scipione (chiamato, nell'inno, col nome latino di Scipio) il quale, sconfiggendo il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama (18 ottobre 202 a.C., concluse la seconda guerra punica liberando la penisola italiana dall'esercito cartaginese. Dopo questa battaglia, che fu combattuta a Zama, nei pressi di Cartagine, nell'odierna Tunisia, Publio Cornelio Scipione iniziò ad essere soprannominato "Scipione l'Africano". Secondo Mameli, l'elmo di Scipione è ora indossato dall'Italia ("Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa") pronta a combattere ("L'Italia s'è desta", cioè "si è svegliata") per liberarsi dal giogo straniero ed essere di nuovo unita. L'esaltazione retorica della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l'Africano, uno dei colossal storici del tempo.

1915: copertina di un albo di brani musicali patriottici: la personificazione dell'Italia indossante l'elmo di Scipio e sventolante il Tricolore, guida i bersaglieri raccolti attorno ad essa

Sempre nella prima strofa, si fa accenno anche alla dea Vittoria ("Dov'è la Vittoria ?"), che per lungo tempo è stata strettamente legata all'antica Roma ("Ché schiava di Roma") per disegno di Dio ("Iddio la creò"), ma che ora si consacra alla nuova Italia porgendole i capelli per farseli tagliare ("Le porga la chioma") diventandone così "schiava".Questi versi fanno riferimento all'abitudine delle schiave dell'antica Roma di portare i capelli corti. Le donne romane libere, invece, li portavano lunghi. Per quanto riguarda "schiava di Roma", il senso è che l'antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria "sua schiava"[72]. Ora, però, secondo Mameli, la dea Vittoria è pronta ad "essere schiava" della nuova Italia nella serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese.

Con questi versi, Mameli, con una tematica cara al Risorgimento, allude quindi al risveglio dell'Italia da un torpore durato secoli, rinascita che è ispirata dalle glorie della Roma antica.

All'interno della seconda strofa si fa invece riferimento ad un desiderio: la speranza (chiamata, nell'inno, la "speme") che l'Italia, ancora divisa negli stati preunitari e quindi da secoli spesso trattata come terra di conquista ("Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi"), si raccolga finalmente sotto un'unica bandierafondendosi in una sola nazione ("Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme, già l'ora suonò").

Mameli, nella seconda strofa, sottolinea quindi il motivo della debolezza dell'Italia: le divisioni politiche.

La terza strofa

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell'unità nazionale con l'aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell'intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune ("Uniamoci, amiamoci, l'Unione, e l'amore, rivelano ai Popoli le vie del Signore; Giuriamo far libero, il suolo natìo: Uniti per Dio, chi vincer ci può?").L'espressione "per Dio" è un francesismo (fr. "par Dieu"): Mameli intende "da Dio", "da parte di Dio", ovvero con l'aiuto della Provvidenza[1].

I motti della Giovine Italia erano infatti "Unione, forza e libertà" e "Dio e popolo". Questi versi sono caratterizzati da un forte mazzinianesimo: l'idea di un popolo unito e coeso che combatte per la propria libertà seguendo il desiderio di Dio è tipico del pensiero di Mazzin.Questo richiamo a Giuseppe Mazzini non fu casuale; Mameli era infatti un suo convinto seguace.

La quarta strofa

Nella quarta strofa sono inseriti riferimenti ad avvenimenti importanti legati alla secolare lotta degli italiani contro il dominatore straniero: citando questi esempi, Mameli vuole infondere coraggio al popolo italiano spingendolo a cercare la rivincit.La quarta strofa inizia con un riferimento alla battaglia di Legnano ("Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano"), combattuta il 29 maggio 1176 nei pressi della città omonima, che vide la Lega Lombardavittoriosa sull'esercito imperiale di Federico Barbarossa. La battaglia di Legnano pose fine al tentativo di egemonizzazione dell'Italia Settentrionale da parte dell'imperatore tedesco. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno nazionale italiano.

I Vespri siciliani in una tela di Francesco Hayez

Nella stessa strofa è citato anche "Ferruccio" ("Ogn'uom di Ferruccio ha il core, ha la mano",ovvero Francesco Ferrucci (noto anche come "Francesco Ferruccio")l'eroico condottiero al servizio della Repubblica di Firenzeche fu sconfitto nella battaglia di Gavinana (3 agosto 1530) dall'imperatore Carlo V d'Asburgo durante l'assedio della città toscana. Francesco Ferrucci - prigioniero, ferito e inerme - venne poi giustiziato da Fabrizio Maramaldo, un soldato di ventura italiano che combatteva per l'imperatore.Prima di morire, Francesco Ferrucci rivolse con disprezzo a Maramaldo le celebri parole: "Vile, tu uccidi un uomo morto!". In seguito il sostantivo"maramaldo" verrà associato a termini quali "vile", "traditore" e "fellone".

Nella quarta strofa si fa anche cenno a Balilla ("I bimbi d'Italia si chiaman Balilla")(soprannome di Giovan Battista Perasso), il giovane da cui originò, il 5 dicembre 1746, con il lancio di una pietra ad un ufficiale, la rivolta popolare del quartiere genovese di Portoriacontro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca. Questa rivolta portò poi alla liberazione della città ligure. Furono questi versi di Mameli, probabilmente, a ispirare il nome dell'Opera nazionale balilla, ossia dell'ente istituito dal fascismo che inquadrava, tra i propri ranghi, i giovani italiani dai 6 ai 18 anni.

Nella stessa strofa si accenna anche ai Vespri siciliani ("Il suon d'ogni squilla i Vespri suonò"), l'insurrezione avvenuta a Palermo nel 1282 che diede avvio a una serie di scontri chiamati "guerre del Vespro". Queste guerre portarono poi alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. Per "ogni squilla" Mameli intende dire "ogni campana", facendo riferimento agli squilli di campane avvenuti il 30 marzo 1282 a Palermo, con i quali il popolo fu chiamato alla rivolta contro gli angioini dando così inizio ai Vespri siciliani. Le campane che chiamarono il popolo all'insurrezione furono quelle del vespro, ossia quelle della preghiera del tramonto, da cui deriva il nome della rivolta.

La quinta strofa

La quinta strofa è invece dedicata all'Impero austriaco in decadenza. Nel testo si fa infatti riferimento alle truppe mercenarie asburgiche ("Le spade vendute"), di cui la monarchia asburgica faceva ampio uso.Esse - secondo Mameli - sono "deboli come giunchi" ("Son giunchi che piegano") dato che, combattendo solo per denaro, non sono valorose come i soldati e i patrioti che si sacrificano per la propria nazione. La presenza di queste truppe mercenarie, per Mameli, ha indebolito l'Impero austriaco.

Nella strofa si fa anche accenno all'Impero russo (nell'inno chiamato "il cosacco") che partecipò, insieme all'Impero austriaco ed al Regno di Prussia, alla fine del Settecento, alla spartizione della Polonia.È quindi presente un richiamo ad un altro popolo oppresso dagli austriaci, quello polacco, che tra il febbraio e il marzo del 1846 fu oggetto di una violenta repressione ad opera dell'Austria e della Russia.

Con i versi "Già l'Aquila d'Austria le penne ha perdute. Il sangue d'Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò" Mameli intende quindi dire che il popolo italiano e quello polacco minano dall'interno, come conseguenza delle repressioni patite, l'Impero austriaco in decadenza per via delle truppe mercenarie che indebolivano l'esercito imperiale asburgico. Il testo fa riferimento all'aquila bicipitestemma rappresentativo della monarchia asburgica.

La quinta strofa del Canto degli Italiani, dai forti connotati politici, fu inizialmente censurata dal governo sabaudo per evitare attriti con l'Impero austriaco.

La sesta strofa

La sesta ed ultima strofa, che non viene quasi mai eseguita, comparve nelle edizioni stampate dopo il 1859 in aggiunta alle cinque definite da Mameli nella scrittura originaria del canto e preannuncia, con gioia, l'unità d'Italia ("Evviva l'Italia, dal sonno s'è desta").La strofa prosegue chiudendo il canto con gli stessi tre versi che concludono la quartina della strofa iniziale ("Dell'elmo di Scipio, s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, ché schiava di Roma, Iddio la creò").






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Giuditta